IL TEMPO
"Ingannare il tempo" è una bellissima locuzione che, per un verso, ricorre nel linguaggio quotidiano e domestico e per altro verso, richiama una complessa matassa di riflessioni filosofiche sul rapporto tra l'individuo e il trascorrere e il mutare del tempo. Si può arrivare a dire che, una parte significativa dell'elaborazione intellettuale, dalle origini alla contemporaneità, si sia concentrata proprio sulla possibilità di giocare il tempo, penetrarlo o sfuggirgli, viverlo come una condanna o immaginarlo come una opportunità di emancipazione: in altri termini di dominarlo, dopo averlo, appunto, tratto in inganno. Ma questa è sembrata rivelarsi quasi sempre un'illusione, svanita la quale era il tempo ancora a dominare gli esseri umani. Non c'è dubbio che, una volta esaurita l'attuale fase di emergenza da pandemia, il pensiero filosofico, antropologico e sociologico si misurerà ancora, e forse in termini inediti, con la categoria di tempo, e proprio perché il "tempo sospeso" – come è sempre quello di uno stato di emergenza, quale l'attuale – impone di ripensare il senso del suo riprendere e trascorrere. Se questo è il quadro di quella che ci piacerebbe fosse l'elaborazione intellettuale del prossimo futuro, è comunque assai interessante vedere come essa cominci a manifestarsi già oggi nel discorso pubblico e in quello familiare.
Qualche giorno fa, alla radio la voce di un noto conduttore annunciava con grande soddisfazione che, grazie all'isolamento imposto dal Covid-19, avesse trovato l'opportunità di «mettere in ordine l'armadietto dei medicinali». Buon per lui, ma non vorremmo che a questo si limitasse il senso della "nuova concezione del tempo", di cui, secondo gli ottimisti, gli italiani farebbero esperienza in queste settimane. Mettere in ordine l'armadietto dei medicinali è, certamente, una terapia salvavita, anche in senso proprio, dal momento che aiuta a evitare che, nel disordine di quel cumulo di farmaci, per curare l'orzaiolo si ricorra all'Enterogermina. Soprattutto, il tempo ritrovato dovrebbe aiutarci a rintracciare, più che quella cravatta di seta viola, che chissà dove diavolo è, una dimensione passabilmente autentica di noi stessi.
Può aiutarci in quest'opera una lontana intervista a Italo Calvino raccolta da Michele Neri nel 1985. Calvino racconta come da qualche tempo stesse segnando su un taccuino tutti gli eventi che occupavano le sue giornate: «Segno fatti anche abbastanza banali come cene, spettacoli e anche le tasse. Vedo gli anni in cui ancora non mi ero fissato questa pratica come una distesa dai contorni vaghi, da cui affiorano solo piccole isole, a caso». Calvino sembra dirci che c'è stato un tempo in cui credevamo di avere tempo. Poi arriva il giorno – ce n'è uno nella vita di tutti – in cui il tempo che abbiamo davanti è inferiore a quello che abbiamo dietro. Forse è stato quello il giorno in cui Calvino acquistò un taccuino.
Eccoci nel tempo in cui crediamo di avere tempo, questo inizio d'aprile. Dentro alle nostre case (per quel terzo degli italiani che non vive in condizioni abitative
ristrette) il tempo è un segmento statico e impermeabile dove possiamo spostarci liberamente. Là fuori scorre e noi lo inseguiamo, guardando alla tv come il virus, con la sua membrana esterna a forma di corona, ha modificato l'esistente.
Ma è possibile vivere un tempo impermeabile?
Se sostituissimo le parole puro e impuro con nascosto ed esposto , in un brano de Il sistema periodico di Primo Levi, otterremmo questo: «il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto nascosto: allora resiste ostinatamente all'attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l'elogio del nascondiglio , che protegge dal male come un usbergo; l'elogio dell' esposizione , che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. [...] Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vuole esposizione , e l ' esposizione delle esposizioni ».
Non pigliamolo alla lettera, Primo Levi, e non pigliamoci alla lettera, il nostro non è nemmeno lontanamente un invito ad uscire di casa, bensì un'ipotesi. Quella di un tempo protetto che pure – come nel gioco degli scacchi – preveda un "attacco di scoperta", tale da consentire, a partire dalle nostre stanze, di misurare il tempo in relazione all'altro, anche se non lo vediamo. Centodieci anni fa Carlo Michelstaedter ricorreva anch'egli all'esempio suggerito dalla chimica: «Per esempio, il cloro è sempre stato così ingordo che è tutto morto, ma se noi lo facciamo rinascere e lo mettiamo in vicinanza dell'idrogeno, esso non vivrà che per l'idrogeno. L'idrogeno sarà per lui l'unico valore nel mondo: la sua vita sarà unirsi all'idrogeno. [...] Per questo sentimento del tempo inutile il cloro nella lontananza dell'idrogeno s'annoia» (da La persuasione e la rettorica).
La vicinanza all'idrogeno, all'altro, anche se lontano, per rinascere. Calvino, nell'intervista con Neri, dice di aver meditato a lungo se ci fosse o meno un modo "giusto" per afferrare il tempo. Ti con zero è frutto di quella riflessione. Nel racconto il protagonista si trova nell'atto di scoccare una freccia contro un leone: qui Calvino ferma l'istante. Compie lo sforzo di «trovare la maniera migliore di abitare la tragicità », dando forma al divenire e combattendo la staticità. «In Ti con zero cerco di vedere il tempo con la concretezza con cui si vede lo spazio. Nel racconto, ogni secondo, ogni frazione di tempo è un universo».
Dare forma al divenire, per Calvino, era il modo più felice per misurare il tempo, senza soccombere alla sua tragicità. Lo scrittore contrapponeva alla visione dell'uomo solo, esposto fra il caso e l'assoluta indifferenza dell'universo, quella di Ilya Prigogine, lo scienziato russo-belga, che vedeva l'unione dell'uomo al cosmo, tramite «un intimo legame che passa per il tempo».
Nel passaggio successivo a quello ben più famoso (e abusato) delle petites madeleines, Marcel Proust scriveva: «Come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d'acqua dei pezzettini di carta, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili; così, ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di casa Swann, […] e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni, tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, dalla mia tazza di tè».
Sia chiaro, il nostro non è un prontuario per ingannare il tempo e contrastare la noia, ovvero per occupare in maniera gratificante il tempo ritrovato della reclusione domestica. Su questo ciascuno si arrangi come sa e come può. (Se dessimo retta a ciò che si trova sul web si dovrebbe prevedere la disoccupazione di massa dei fornai, tanti sono coloro che sostengono di fare un magnifico pane in casa). Vogliamo suggerire, più semplicemente, un'idea del tempo, che non precipiti inesorabilmente tra panico del vuoto e ansia produttivistica.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli autori Dall'alto in basso, Marcel Proust (1871-1922); Primo Levi (1919-1987) e Italo Calvino (1923-1985)
Commenti
Posta un commento